Questa la lettera inviatami dalla figlia:
<< Vorrei raccontarle la storia di mia mamma, malata di Parkinsonismo. Non serve che le dica cosa comporta, fisicamente e mentalmente, ma la mamma è una roccia e si dà da fare per non cedere a questa brutta malattia. Ha un desiderio, rimanere nella sua casa e mia sorella ed io finora abbiamo cercato di accontentarla. Purtroppo, però negli ultimi mesi la salute è peggiorata, cade spesso, il cibo le va di traverso molte ma molte più volte di quanto succedeva fino a poco tempo fa…inoltre ha problemi di igiene personale e difficoltà nel prendere i medicinali in maniera giusta anche se preparati da noi. E’ una lenta caduta verso il non potersi più gestire un minimo di vita con dignità, con noi che cerchiamo di non farle pesare la sua condizione ma con la consapevolezza di non riuscire a darle il sostegno giusto. Proprio per questo tramite il medico di base che ha fatto richiesta all’ ODC, è stata ricoverata per una rivalutazione della terapia farmacologica, sappiamo che non può rimanere ricoverata per più di 20/ 30 giorni e proprio sulla base di ciò abbiamo chiesto un colloquio con il distretto e l’assistente sociale. Premetto che sia io che mia sorella lavoriamo, abbiamo famiglia e sicuramente non siamo due ragazzine, quindi siamo assolutamente consapevoli fino a dove possiamo arrivare con il nostro aiuto alla mamma ed è questo che oggi abbiamo cercato di far capire, le dico la verità con scarso successo. Apro una parentesi, non ci è stato riconosciuto l’accompagno pur riconoscendo l’aggravamento e per quanto riguarda il FAP siamo in lista d’attesa, ma non nella parte alta purtroppo; quindi, anche valutando un ritorno a casa siamo punto a capo. Abbiamo fatto presente che ci è stato consigliato di rifare un certificato medico con richiesta di aggravamento domiciliare immediato in residenza per non aspettare i 6 mesi canonici dal rifiuto dell’assegno di accompagnamento. Sono cascati dalle nuvole, anche questo impossibile. Le dico la verità ce ne siamo andate via da questo incontro demoralizzate. Possibile che una persona malata di Parkinsonismo venga valutata idonea a ritornare a casa, oppure come unica opportunità altri 20/30 giorni in RSA, lasciando i famigliari soli a gestire una persona disabile al 100%? tutto qui? Voglio continuare a lottare per mia mamma, come lei mi ha insegnato, ma è possibile che davanti a noi vediamo solo muri di carte, aiuti negati, porte chiuse? Scusi lo sfogo, se potesse aiutarci gliene sarei grata.>> (lettera firmata)
Questa e-mail mi è stata inviata lo scorso 10 febbraio e l’ho subito trasmessa all’Assessore alla Salute e ad ASUGI sollecitando un aiuto per la signora.
Dopo oltre un mese di defatigante burocrazia, mentre il Parkinson avanzava, la figlia mi ha riscritto:
<< Oggi sono stata contattata nuovamente dall’Urp e purtroppo le devo dire che le belle notizie finiscono qua. Diciamo che novità non ci sono, anzi tutti i passaggi fatti da noi come famiglia e di nostra iniziativa sono giusti, ma le cose sono cambiate e tutto ormai dipende dall’INPS. Quindi dopo mezz’ora di chiacchierata l’operatore che mi ha contattato, ha detto che come ufficio possono inoltrare il mio reclamo all’Inps, ma che per esperienza non serve un granché ( quasi non fosse necessario?). Se una cosa ho imparato in questa storia è che le parole e le chiacchierate al telefono come quelle di oggi, servono ben poco, che mi mandino pure la loro risposta scritta che leggerò con interesse, nel frattempo se ha piacere renda pubblica la storia anche su Fb, sono dell’idea che certe cose vanno denunciate. L’ultimo obbiettivo che al momento ci proponiamo, è quello di ottenere almeno l’assegno di accompagnamento per la mamma …considerato il fatto che per non chiedere la carità a nessuno, d’accordo con lei abbiamo messo in vendita il suo appartamento in modo da onorare il pagamento delle retta nella struttura in cui verrà ospitata. Spero che almeno l’assegno in questione le venga riconosciuto, mi sembrerebbe il minimo. Grazie per la disponibilità. >>
Questo succede oggi ad un’anziana signora di Trieste, costretta a vendere la propria casa per pagare l’assistenza di cui ha estremo bisogno.

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