Continuano incessanti a Trieste le proteste di pazienti e loro familiari riguardo ai tempi infiniti delle liste di attesa per operazioni chirurgiche, visite specialistiche e accertamenti diagnostici, in particolare radiologici.
Eppure, lo scorso febbraio l’assessore alla Salute aveva dichiarato alla stampa che si era registrata una riduzione delle liste e dei tempi di attesa, in particolare per la chirurga oncologica, ma anche più in generale per le prestazioni ambulatoriali e per la radiologia.
Sono passati sei mesi da quei proclami ma nessuno sembra essersi accorto di tali miglioramenti.
Anzi anche quest’estate gli utenti si sentivano rispondere dal Cup che alcune prenotazioni non si potevano fare e di provare a richiamare in seguito, essendo chiuse le agende di prenotazione. Così il paziente non può prenotare e non rimane traccia di ciò. Né si comprende come l’assessore Riccardi possa parlare di miglioramento se non è possibile fare un serio raffronto negli anni visto che una parte delle richieste di visite ed esami non viene registrata.
E anche sul fronte “tutela del diritto di garanzia” che secondo l’assessore dovrebbe obbligare le aziende sanitarie a garantire la prestazione nei tempi massimi previsti, siamo assai mal messi.
Infatti, il regolamento varato da ASUGI, l’Azienda sanitaria triestina, impone ad un paziente a cui è negata la prestazione nei tempi previsti l’obbligo di recarsi personalmente al CUP di uno dei quattro ospedali di ASUGI per cercare di ottenere la prestazione di cui ha diritto.
La presenza fisica dell’utente è necessaria affinché questi possa consegnare allo sportello l’impegnativa in modo che il CUP faccia una fotocopia, che serve a creare una lista parallela di attesa cartacea senza fissare subito un appuntamento, per questo il paziente sarà chiamato successivamente. Quindi per fare una fotocopia si costringe il cittadino, non importa se anziano, fragile, invalido, ad un viaggio da casa al CUP dell’ospedale.
Ma nessuno, proprio nessuno ha pensato che al giorno d’oggi si possa lavorare online?
Un sistema che sembra fatto apposta a scoraggiare gli utenti con disabilità motorie e senza familiari, quelli più fragili.

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